Simondi
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  • 15.05.2026
  • 27.06.2026
  • A melody from the outside

 

La Galleria Simóndi è lieta di presentare A melody from the outside, prima mostra personale in galleria di Roberto Casti (Iglesias, 1992), artista e musicista che vive e lavora tra Milano e Iglesias.

Concetto chiave della sua pratica è l’interdipendenza, che lega indissolubilmente l’individuo alla collettività, l’essere umano al pianeta che abita, il pubblico all’opera o all’evento artistico. Elementi ambientali e spesso marginali — suono, luce, scarti di produzione, polvere — diventano dispositivi per ripensare la complessità e la precarietà dell’esistenza, mettendo in discussione una visione antropocentrica della realtà.

 

Il testo che segue è stato scritto a quattro mani secondo il principio del cadavre exquis: solo al termine del processo è stato possibile leggerlo nella sua interezza. Le riflessioni si sono sviluppate a partire dalle ultime parole di ogni paragrafo, evidenziate in verde. La scelta di questo metodo si lega al lavoro di Roberto Casti, che costruisce spesso un ponte con l’esterno, inteso come ciò che resta sconosciuto e inafferrabile: avvicinarsi al pensiero dell’altro senza conoscerlo del tutto diventa così un gioco condiviso, un esercizio di prossimità che mette in relazione e avvicina.

 

ROBERTO CASTI: Sento una melodia provenire dall’esterno. A volte si compone di inquietanti suoni metallici, come quelli delle tubature che trasportano l’acqua tra le mura dell’edificio; a volte di scricchiolii e di bzzz elettrici; di tanto in tanto ha la forma di crepe e di muffa sul soffitto, talvolta assomiglia ai rumori sinistri delle zampe di animali provenienti dal sottotetto. Questa composizione è una sorta di ghost track, inserita tra i rumori della mia vita quotidiana — all’interno della casa — e quelli della città, dello sfondo urbano. Una sorta di ponte tra due mondi apparentemente distinti ma che, paradossalmente, aiuta a risvegliare una coscienza dormiente; mi aiuta a ricordare che questo luogo, la mia casa, è lo stesso campo complesso che sta lì fuori — oltre le mura coibentate e i metri quadrati, oltre le porte blindate e le finestre antirumore. Si tratta di un allineamento (come direbbe Eduardo Kohn), di un ampliamento del punto di vista individuale, un tentativo di aggrapparsi a qualcosa di altro da sé. Ed è questo ponte che crea un mondo.
Come quando ascolto e traduco un paesaggio sonoro in qualcosa di diverso (1), restituendone però le medesime complessità, mi metto nella condizione di fare parte di questo mondo, rinunciando anche solo per poco alla mia integrità individuale.

 

FRANCESCA SIMONDI: Il paesaggio sonoro, per sua natura, si configura come una trama complessa di elementi in cui il suono diventa attivatore di ricordi, memorie ed emozioni.
Alcuni luoghi rimangono impressi per la loro musica. Se penso a Istanbul, ad esempio, si attiva un immaginario sonoro ricco di tonalità: una melodia complessa, intessuta dei richiami dei muezzin che si sovrappongono nello spazio urbano, del verso dei gabbiani in volo sul Ponte di Galata, delle stratificazioni sonore di Taksim, soglia mobile tra tradizione e modernità, e del brulichio dei bazar, dove il mercanteggiare diventa ritmo e cadenza.
In questo senso, il pensiero corre a The Soundscape: Our Sonic Environment and the Tuning of the World di R. Murray Schafer, in cui l’autore considera il mondo come una composizione musicale macrocosmica. Nel suo testo riecheggiano tanto l’esperienza contemplativa descritta in Walden da Thoreau, dove l’ascolto della natura diventa pratica di conoscenza, quanto il gesto radicale di John Cage in 4’33’’, in cui il silenzio si rivela tutt’altro che assenza, ma apertura a una molteplicità di suoni latenti. Il paesaggio sonoro, allora, non è soltanto ciò che ci circonda, ma ciò che scegliamo — o impariamo — ad ascoltare.

 

RC: Per ascoltare bisogna aprire una finestra, un varco che improvvisamente annulla le pareti domestiche e dissolve la mia fisicità — o meglio, la lega indissolubilmente a qualcosa d’altro da me. Il mio sguardo non è più collegato alla mia mente, le mie molecole sono quelle dell’aria e delle cose che ho di fronte, la mia vibrazione è un tremore universale. Una consapevolezza spazio-temporale che può durare molto poco, ma che aiuta a sentirsi parte di una complessità che non possiamo realmente afferrare. E così, le nostre stanze domestiche — da luoghi apparentemente neutrali, plasmati sull’idea di possesso e proprietà privata — diventano luoghi infestati (2), in cui la preminenza individuale (e umana) viene meno.

 

FS: Riflettere sul concetto di luogo infestato e, allo stesso tempo, a quello di possesso e proprietà privata mi riporta a un pensiero su cui torno spesso, soprattutto quando mi trovo in luoghi che sento miei, come la casa o la galleria. Mi chiedo quante vite — umane, vegetali e animali — si siano stratificate nella memoria di quello spazio: quanti passaggi, quante lacrime, quanti momenti di gioia o di rabbia un luogo abbia raccolto negli anni, e perfino nei secoli, quando magari ancora non esisteva nella sua forma architettonica, ma era semplicemente suolo, terra. E inevitabilmente penso che un giorno anche noi saremo parte di quella memoria, frammenti di un insieme vasto e impalpabile. Rifletto sul senso della vita, denso ed effimero allo stesso tempo, sul suo scorrere inevitabile e necessario.

 

RC: Ed è proprio questo scorrere, composto da frammenti individuali di un presente comune ma inafferrabile, a diventare un flusso di consapevolezza collettiva che, improvvisamente, esonda le pareti del mio soggiorno. Certo, la casa è ancora il mio rifugio, ma è anche luogo di allineamento critico (3) con l’esterno, di ripensamento continuo della realtà. Dimenticando di esercitare un quotidiano allineamento con l’esterno, rischio di cadere nella trappola della normalità — la stessa che ci rende inermi di fronte a pandemie, guerre, genocidi e disastri climatici. Eventi che, all’improvviso, mettono in evidenza le relazioni d’interdipendenza in cui siamo inconsapevolmente immersə. La casa, di colpo, viene invasa dall’esterno: può diventare una costrizione, un luogo di terrore; cessare di esistere improvvisamente, annientata da raid aerei o calamità naturali; oppure tramutarsi in una struttura ancora più precaria — come una tenda — o in uno spazio aperto, definita solamente da oggetti funzionali alla sopravvivenza, come materassi e sacchi a pelo.
Captare questa strana melodia che arriva a turbarmi fin qui, in questo luogo apparentemente lontano da macerie e devastazione, vuol dire esercitare una consapevolezza necessaria alla costruzione di una nuova casa: un luogo dalle fondamenta mobili e dalle radici ampie e stratificate, una rete che scambia non solo energia e informazioni, ma anche desideri di resistenza e ideali di convivenze future.

 

FS: Il mio lavoro spesso mi porta ad ascoltare e a vivere in modo diretto storie di guerre e devastazione che arrivano da luoghi lontani, che così diventano improvvisamente vicini.
Ho finito ora di parlare con un’amica artista libanese che in questi mesi, con grande difficoltà, è riuscita a portare in Europa la madre che si trovava a Beirut, la sua casa, la sua terra di origine. Tutta la sua famiglia è ormai frammentata. E mentre ascoltavo la sua voce, attraversata da stanchezza e dolore, mi rendevo conto di quanto quelle fratture (4) non restino mai confinate esclusivamente a un altrove geografico, ma si insinuino nelle relazioni, nei corpi, nei tempi quotidiani. È forse proprio in questo scarto — tra distanza e prossimità — che quella “strana melodia” di cui parli prende forma: un richiamo che non possiamo ignorare, perché ci riguarda, anche quando crediamo di esserne al riparo.

 

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(1) ARIA è una serie che l’artista realizza partendo dall’ascolto dei rumori provenienti dall’esterno del suo studio. Attraverso la traduzione del suono in segno grafico, Roberto Casti scandisce con la grafite il tempo e i movimenti nello spazio sulla tela, dando vita a un apparente monocromo bianco che rivela la complessità dei suoi elementi compositivi solo a un’osservazione ravvicinata.

 

(2) From the dephts of the Earth è una nuova installazione sonora e ambientale che trasforma una stanza domestica in un luogo infestato. Gli oggetti che compongono l’opera funzionano come casse di risonanza per un’unica composizione musicale, realizzata attraverso la registrazione di suoni marginali provenienti da elementi o dispositivi che mettono in relazione l’interno (domestico) con l’esterno (globale).

 

(3) L’opera Aleph (Milano-Berlino-Lisbona-Milano-Putignano-Torino) è una scultura in divenire, composta da una macchina da scrivere e da un rullo di carta potenzialmente infinito. La sequenza di domande, alla quale il pubblico è invitato a contribuire, diventa un dispositivo per mettere in relazione il presente individuale con quello globale.

 

(4) Le crepe sono protagoniste di due opere che aprono e chiudono la mostra: un lavoro della serie dei Disegni verdi — in cui l’artista evidenzia un processo di produzione e rigenerazione naturale ricalcando le pieghe di un foglio usurato — e Suggestion (Quartiere Graça, Lisbona), opera fotografica e luminosa che suggerisce una dissoluzione dei confini tra spazio pubblico e privato.

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