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  • 06.03.2026
  • 24.04.2026
  • Rêverie
  • a cura di Matilde Vitale

    Inaugurazione giovedì 5 marzo 2026, dalle 18:00 alle 21:00

     

    CHIARA BAIMA POMA, LUCA DE ANGELIS, OLMO ERBA, GIUSEPPE MULAS, MORIGEN YAN

     

  • Rêverie_CS_ITA.pdf

 

Con la rêverie si entra in una dimensione altra, in cui la razionalità cede il passo all’immaginazione e il sogno ad occhi aperti diventa uno spazio per pensare la realtà più liberamente. È un territorio poroso che affiora, si trasforma e risuona interiormente, dove i confini tra interno ed esterno, tra reale e surreale, si fanno labili. Questo fantasticare è un fenomeno ampiamente discusso e approfondito dal filosofo Gaston Bachelard nel saggio La poetica della rêverie (1960), in cui scrive: “La rêverie ci mette nello stato di un’anima che immagina”, descrivendo un modo per abitare il mondo attraverso le rappresentazioni piuttosto che attraverso i concetti. La rêverie non spiega, non dimostra: evoca. 

 

Nasce così, su questa ispirazione, una mostra dedicata ai nuovi orizzonti della pittura, caratterizzata dall’attesa e dall’ascolto, da silenzi che invitano lo sguardo a sostare e a perdersi. Elementi naturali, animali, figure, atmosfere sognanti e fantastiche sono al centro dello spazio espositivo. Le opere in mostra si collocano in una soglia intermedia, dove gesti minimi e pratiche solitarie si manifestano in un tempo dilatato. Nella rêverie l’immagine non chiede di essere decifrata, ma vissuta come esperienza.

In questo contesto, anche la simbologia animale assume un ruolo significativo: espressione universale e antica, essa associa tradizionalmente qualità umane, divine o morali a diverse specie, riflettendo le culture, le religioni e le paure dell’uomo. Allo stesso tempo, la vegetazione trascende la sua sfera rappresentativa e si anima di una presenza autonoma. Animali e natura si manifestano in modo evocativo e poetico, diventando capaci di incarnare metamorfosi e desiderio, e di condurre lo sguardo in uno spazio sospeso tra reale e sognato.

 

In Rêverie le opere di Chiara Baima Poma, Luca De Angelis, Olmo Erba, Giuseppe Mulas e Morigen Yan entrano in dialogo, costruendo un campo di risonanze più che di significati univoci. 

 

La pittura di Chiara Baima Poma (Torino, 1990) esplora le potenzialità del fantastico, a partire dalla narrazione di tradizioni, racconti, proverbi e leggende, mettendo al centro la figura. All’interno dei suoi lavori il tempo risulta rarefatto: passato e presente non sono più nettamente riconoscibili; tutto si colloca in una nuova potenzialità dell’esistenza.
La sua ricerca più recente esplora la figura dell’uccello, animale che rappresenta la connessione tra terra e cielo, assumendo le sembianze di una presenza leggera e al tempo stesso di segnale di passaggio. In Non ricordo (2026) uno stormo eleva una figura trasparente, trasportata in una dimensione germinale e astratta, fatta di idee, in cui gli uccelli assumono il ruolo di vettori simbolici e trasportatori verso un mondo immateriale. Una seconda figura è coricata in uno stato di dormiveglia, la cui corporeità si contrappone all’impalpabilità della prima, generando una tensione di opposti e un pensiero che si sdoppia. Anche in Crying horse (2026) la natura, configurata come un hortus conclusus, il giardino medievale chiuso, emerge in trasparenza. In questo luogo, le teste agiscono come agenti germinali, seminando idee e richiamando un processo di libera generazione. 

 

Con le sue nature, Luca De Angelis (San Benedetto del Tronto, 1980) realizza ambientazioni in cui il paesaggio diventa il soggetto principale della narrazione. Un gusto gotico e una dimensione atemporale generano raffigurazioni sottratte ai meccanismi razionali della rappresentazione, restituendo una potenza primordiale. La vegetazione sinuosa e penetrante, si presenta quasi bidimensionale: attrae e avvolge, ma allo stesso tempo cela e respinge.
L’orizzonte prediletto dall’artista è quello notturno, momento intimo e di relazione profonda con sé stessi. Gli erratici itinerari della palude (2024) condensa in modo emblematico questa ricerca. Il silenzio della notte viene spezzato dalla comparsa di un cavallo bianco, incorniciato in una natura rigogliosa che appare in fermento. A questo lavoro si affiancano anche tele di piccole dimensioni che invitano a una riflessione sulla natura stessa, collocando lo sguardo in un punto di osservazione molto basso, rivolto verso il cielo, in una condizione di sospensione e sosta. 

 

Olmo Erba (Bergamo, 1997) realizza dei dipinti a partire dalla rivisitazione e aggregazione di componenti eterogenei per evocare e rielaborare scenari e simboli dagli echi medievali. Attraverso un ribaltamento e una ricontestualizzazione dei reliquiari e delle simbologie, nature morte e figure umane si fondono in un immaginario ibrido che dà vita a creature pseudo-antropomorfe. Contraddistinto da uno spirito giocoso, utilizza l’ironia come espediente per riflettere sul tempo presente, riconoscendo nel medioevo una chiave di lettura e di salvezza per evadere la nevrosi e il nichilismo della società occidentale. 
Con la serie Il culto delle stelle (2024) richiama la produzione di fantasia dello scrittore H. Lovecraft che nei suoi libri descrive personaggi provenienti da universi altri. I soggetti della rappresentazione si presentano come punto di connessione tra terra e cielo, come gli uccellini di legno, ma sprigionano allo stesso tempo energia vitalizzante: metamorfosi e ibridazione permettono di entrare in un luogo creativo personale e universale, in fermento ma ancorato alla realtà. Di Olmo Erba sono presenti anche dei disegni, piccoli bestiari sognanti e delicati raffiguranti animali che affiorano con forza dalle pagine bianche.

 

La pratica di Giuseppe Mulas (Alghero, 1995) si sviluppa attraverso l’ambientazione notturna, interrogando la condizione universale e collettiva dell’essere e il bisogno umano di ritrovarsi nell’altro. Interni domestici, bicchieri, finestre e piante diventano soglie verso il cielo stellato. Sentimenti come emotività, intimità e tristezza trovano esistenza, ma al tempo stesso subiscono una trasformazione, dissolvendosi nell’immensità della notte. Questa simbologia apre alla possibilità di uno spazio ancestrale, simbolicamente abitabile dall’individuo. Mulas raffigura ambienti domestici, esplorando le relazioni che intessiamo con gli oggetti quotidiani e le memorie personali che essi trattengono, legate al passaggio e alla presenza delle persone. Sovvertendo i rapporti convenzionali con questi elementi, l’artista mette in discussione la loro apparente passività: una comune finestra può diventare il luogo generativo da cui emerge una pianta, acquisendo una nuova possibilità di azione. In Sognare la notte (2026) il pianto si presenta come fenomeno cosmico: sgorga dal fiore di un banano sotto forma di stelle.  Le tele non si offrono allo sguardo come soggetti da interpretare, ma in quanto presenze ascoltabili che perdono la propria materialità.

 

Morigen Yan (Jilin, Cina, 1996) è un giovane pittore, attualmente studente all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua poetica prende forma nel dialogo tra sogno e migrazione, radicandosi nelle memorie dei paesaggi invernali del Nord-Est della Cina. Nella sua storia familiare convivono culture differenti. Tradizione mongola, sciamanesimo e buddhismo tibetano hanno profondamente influenzato la sua sensibilità, offrendo prospettive attraverso cui leggere la natura, l’anima e la dimensione invisibile dell’esistenza.
In Tempo di meditazione (2025), la foresta della sua città natale emerge nella notte: la figura si dissolve e rimangono soltanto due occhi luminosi, traccia di uno sguardo contemplativo. In Quel dolore dell’inverno mi ha reso lucido (2025) l’artista si muove su un registro più intimo, rievocando un momento vissuto durante il suo primo inverno in Italia. Ferito pattinndo sul ghiaccio, affronta da solo le difficoltà di un paese sconosciuto. Da quell’esperienza nasce una nuova consapevolezza: il dolore si fa lucidità e diventa rito.
La pittura diventa un modo per dare forma a percezioni ancestrali, memorie ed esperienze personali, intrecciando radici culturali ed esperienze personali in un ponte tra eredità e contemporaneità, tra Oriente e Occidente.

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